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Non portate nulla per il viaggio: né bastone, né borsa, né pane, né denaro (Lc 9,3).

Non portate nulla per il viaggio: né bastone, né borsa, né pane, né denaro (Lc 9,3).

Cari fratelli, mentre ci riuniamo per celebrare e ringraziare Dio per il dono del nostro sacerdozio, meditiamo queste parole forti di Gesù ai Dodici: “Non portate nulla per il viaggio.” Queste parole parlano al cuore della nostra identità di sacerdoti e, più in generale, di cristiani.

Nel Vangelo di oggi, Gesù chiama i Dodici, dà loro potere e autorità su tutti i demoni e le malattie, e li invia a proclamare il Regno di Dio e a guarire. Da questi versetti iniziali possiamo trarre tre grandi lezioni sul nostro sacerdozio.

Primo, il sacerdozio è un dono di Dio. Così come i Dodici sono stati chiamati, anche noi siamo chiamati—non come una scelta di carriera, ma come segno vivo che Dio continua a camminare tra il Suo popolo. La nostra vera identità è Cristo. Alla fine della nostra vita, Cristo non ci giudicherà principalmente per i nostri successi o per le opere compiute, ma per quanto di Cristo siamo stati per il Suo popolo.

Secondo, Dio ci dà potere e autorità su ogni male e sofferenza. Non si tratta di dominare, ma di trasformare—portare luce dove c’è oscurità, speranza dove c’è disperazione, guarigione dove c’è ferita. Siamo chiamati a nutrire gli affamati, dare rifugio agli indigenti, consolare gli afflitti. Come Scolopi, abbiamo la responsabilità speciale di allontanare il “diavolo dell’ignoranza” dai bambini e dai giovani, guidandoli verso la verità e la sapienza.

Terzo, siamo inviati a proclamare il Regno di Dio. Il nostro sacerdozio deve riflettere quello di Cristo: vicino al popolo, ricco o povero, giovane o anziano, sano o malato. Non può restare confinato all’altare, ma deve estendersi nella vita quotidiana, condividendo gioie e dolori del popolo di Dio e intercedendo per lui. Nella prima lettura, Esdra, vedendo l’infedeltà del suo popolo, lacera le sue vesti e prega per la loro misericordia (Esdra 9,1–2). Allo stesso modo, il nostro sacerdozio deve essere un sacerdozio di intercessione—pregando per il popolo di Dio, portando le loro richieste e cercando la Sua misericordia.

Passiamo ora alla seconda parte dell’istruzione di Gesù: “Non portate nulla per il viaggio: né bastone, né borsa, né pane, né denaro.” Con queste parole, Gesù libera il sacerdozio dalle sicurezze mondane e lo radica nella fiducia assoluta nella provvidenza di Dio. Il sacerdozio non deve essere vissuto come ricerca di sicurezza, status o beni, ma come atto di fede e dipendenza da Dio. Questo è particolarmente importante oggi, quando il sacerdozio rischia di essere visto più come una professione che come una vocazione—misurata da successo intellettuale, economico o istituzionale piuttosto che da autenticità spirituale e vicinanza pastorale. Ogni simbolo in questo versetto ha un significato profondo:

Il bastone: Nella Scrittura il bastone rappresenta autorità e protezione— Mosè che divide il mare (Es 14,16), o il pastore che guida il gregge (Sal 23,4). Per i viaggiatori era uno strumento di difesa. Il comando di Gesù di non portare il bastone ci ricorda che la nostra sicurezza non sta nella forza umana, ma nell’autorità e nella provvidenza di Dio.

La borsa: Alcuni maestri itineranti portavano borse per le offerte. Simboleggiava autosufficienza o opportunismo. Il nostro sacerdozio non è un mezzo per guadagno personale.

Il pane: Il pane era il sostentamento fondamentale. In Esodo 16, Dio provvede il pane quotidiano al Suo popolo. Come sacerdoti, non “portiamo pane” in senso mondano; offriamo il Pane di Vita all’altare e siamo chiamati a diventare pane spezzato per gli altri.

Il denaro: Sebbene non condannato nella tradizione ebraica, il denaro era spesso collegato alla tentazione e alla falsa sicurezza. L’istruzione di Gesù elimina ogni sospetto che il sacerdozio sia per vantaggio economico.

Le due tuniche: Possedere più di una tunica era segno di comfort e relativa ricchezza. Gesù ci chiama invece alla semplicità, povertà e solidarietà con i poveri—mai lasciare che il comfort ci faccia dimenticare il Vangelo.

Cari fratelli, il Salmo di oggi proclama: “Benedetto Dio che vive per sempre.” Possano le nostre vite e il nostro ministero sacerdotale sempre benedire il Suo santo nome. E come ricordano le nostre Costituzioni, tutto ciò che facciamo sia per la gloria di Dio e per il servizio dei bambini. Per intercessione di San Giuseppe Calasanzio e di Maria, Madre di Dio, il Signore ci fortifichi a rimanere sacerdoti fedeli—oggi e per sempre.

NGALA AUSTIN KANJO

NGALA AUSTIN KANJO

Piarist

Ngala Austin Kanjo is a religious and priest in the Order of the Piarist Schools from the Province of Central Africa. Born in Shisong, Cameroon. He is currently undergoing a master’s program on formation of formators at the Gregorian University.

La Toussaint: une vision claire, un chemin clair

La Toussaint: une vision claire, un chemin clair

La célébration de « Tous les Saints » est pour nous un projecteur. Car, elle projette nos cœurs et nos yeux vers le  telosde notre espérance, en donnant à notre vie présente, de voir le futur vers lequel chemine notre espérance croyante. En bref, la Toussaint donne à notre esprit une vision claire, mieux, l’horizon de notre futur.

Saint Jean (Ap 7, 2-4.9-14) parle de deux visions introduites par le verbe « voir » :

  • La première éclaire notre esprit sur l’union entre la liturgie céleste et la liturgie terrestre. Les sacrements que nous célébrons sur terre marquent nos âmes pour la gloire du ciel. Chaque fois que l’Eglise se rassemble pour célébrer, les « saints » sur terre (comme saint Paul appelle les « chrétiens » dans Rm 1, 7 ; Col 1, 2 ; Eph 1, 1), et les saints dans la gloire du Père s’unissent. Dans chaque acte liturgique cette union est réelle.
  • Deuxièmement, Jean donne une vision de ceux qui sont appelés à cette communion avec Dieu : TOUS ! Tous, sont appelés à la gloire du Père, ceux qui ont reçu le sceau d’une vie sacramentelle (les fidèles) et ceux chez qui nous ne reconnaissons pas une telle marque (les non-baptisés, les non-croyants). Ceux qui sont reconnus officiellement (comme Calasanz, Anuarite, Charles Lwanga….) et ceux qui ne le sont pas, mais dont les exemples de vie dans nos villages et villes sont indiscutables (les non proclamés sur l’autel consacré).

Nous sommes tous appelés à la sainteté ; tous appelés à blanchir nos robes c’est-à-dire, purifier nos cœurs, nos comportements et nos mentalités. Seulement de cette façon pouvons-nous être « semblables » à Lui (1Jn3, 3), et reconstituer un saint peuple des hommes et des femmes qui s’écoutent et s’accueillent mutuellement, synodalement et inter-culturellement ; conscient que Dieu lui a donné un amour tellement grand (1Jn3, 1).

Au départ, nous avons donc une claire vision de Dieu et ses mystères révélés en Jésus-Christ ; et à l’arrivée, notre finalité : être semblables à Dieu quand nous Le verrons. Entre ces deux points, il faut passer par un processus de bonification, en pratiquant les Béatitudes. Ces bonnes attitudes que Jésus enseigne sont le chemin clair de notre bonheur présent et futur.

Il faut apprendre la pauvreté du cœur, la douceur, le regret du péché du monde, être miséricordieux, affamés et assoiffés de justice, passer par la contradiction, la persécution à cause du Christ, pour pouvoir vivre la paix et le bonheur véritables. En plus d’être un chemin de vie heureuse, les Béatitudes sont des bénédictions que Jésus offre à toute l’humanité : heureuse seras-tu, humanité, quand tu retrouveras ces vraies voies du bonheur durable, ces voies de sainteté!

ADALBERT FOUDA

ADALBERT FOUDA

Piariste

Né à Yaoundé. Religieux et prêtre piariste. Exerce actuellement son ministère à Libreville comme enseignant de mathématiques et religion au Collège Calasanz; et vicaire de la Paroisse. L’enfant c’est ma passion!
Sólo Dios conoce lo que somos

Sólo Dios conoce lo que somos

Podemos conocer lo que los demás son, si conocemos a Dios, porque sólo Dios conoce lo que somos (Mt 16, 13-20)

No siempre lo que dicen las personas sobre nosotros es lo que implícitamente somos. Ésta afirmación se puede corroborar en la primera pregunta de Jesús sobre ¿quién dicen los hombres que es el hijo del hombre? Ninguna de las respuestas era verdadera, porque Jesús no era Juan el bautista, ni Elías, ni Jeremías, pero cada respuesta refleja lo que cada vivía en su interior, en su experiencia con la vida.

El texto presenta a Jesús alejándose del rechazo que Fariseos y Saduceos habían generado contra su persona y adentrándose a la región de Cesárea de Filipo. Esta zona se encuentra a 30 km al norte de Galilea. La historia establece que fue una zona fundada por Filipo, hermano de Herodes. La perícopa es parte de lo que algunos comentaristas definen como la quinta parte del evangelio, la de la formación de los discípulos. Jesús plantea una agenda instruccional. A mi juicio, lo hace al estilo de Sócrates cuando reunía a sus estudiantes y los sometía a su pedagogía basada en preguntas y respuestas, la llamada mayéutica. En el caso de Jesús, somete a sus discípulos a dos preguntas que implícitamente son una especie de prueba. Es probable que estas preguntas de Jesús tuvieran el propósito de verificar hasta donde sus discípulos estaban al tanto de la opinión pública en relación a su identidad.

La primera pregunta es al estilo general, es decir (los) que es pronombre personal plural: ¿quién dicen los hombres que es el hijo del hombre? Jesús no utiliza en este texto la primera persona  como en Marcos, sino que se refiere a él mismo en tercera persona, como hijo del hombre. Dicho concepto se ha interpretado tradicionalmente como un título mesiánico, como una sugerencia más que una afirmación explicita. Las respuestas son varias: Juan el bautista, Elías… de este modo Jesús es identificado con personas del pasado. Y cada respuesta tiene su razón de ser, es decir, las respuestas no vienen a lazar sino que tienen una razón profunda, por ejemplo Juan el Bautista que fue asesinado por Herodes y la respuesta viene de este círculo.

La segunda pregunta va dirigida directamente a sus discípulos, que han estado con él durante un tiempo extenso: y vosotros, ¿quién decís que soy yo? Simón Pedro responde: tú eres el Cristo, el hijo del Dios viviente. La respuesta de Pedro a Jesús implica que Pedro tenía una buena relación espiritual con Dios, es por esto Jesús afirma que: esta respuesta no te ha sido revelada por carne ni sangre, sino por mi Padre que está en los cielos. ¿Qué significa esto? JESUS  aclara que la percepción espiritual expresada por Simón en dicha confesión no era el resultado de una deducción humana, de carne y sangre, sino que era el resultado de una revelación de Dios Padre. Pero no significa que la respuesta de Pedro se haya dado en el vacío. Es el producto de una fe que ha venido formándose en el camino con Jesús.  Es una respuesta madura que brota del corazón de Pedro, y nosotros, ¿que será nuestra respuesta frente a esta pregunta?  La confesión de Pedro hace referencia a lo que ocurre cuando confesamos a Jesús como el Cristo. Se nos otorga una nueva identidad que se ve reflejada en un nuevo hombre. A Simón se le llamó Pedro no solo para que tuviese memoria de aquel evento en su vida, sino para darle un nuevo propósito y misión: tú eres Pedro, y sobre esta roca edificare mi iglesia. En este sentido, cuando Jesús nos llama, no lo hace solo para que creamos en él, nos llama para servirle en medio de los demás, para servirle a través los jóvenes, para servirle en una institución: Escuelas Pías, para servirle en una comunidad concreta.

Desiderio EDU OSA NZANG    

DESIDERIO EDU OSA NZANG

DESIDERIO EDU OSA NZANG

Escolapio

Nacido en Guinea, Buscando en el interior de mí lo que estoy llamado a hacer y compartirlo con los demás.
La fraternité, chemin du salut

La fraternité, chemin du salut

La longue histoire de Dieu avec l’humanité témoigne à bien des égards que le salut de l’homme passe par son frère. Depuis la création, Dieu ne veut pas l’homme seul. La création elle-même, n’aurait peut-être pas été satisfaisante à l’homme s’il ne recevait pas en don son alter ego : « l’os de mes os, la chair de ma chair » (Gn 2, 23). C’est dire que l’homme ne se reconnait réellement qu’en rencontrant l’autre. Quand cette rencontre fraternelle est bien vécue, l’homme se reconnait, s’épanouit, se réjouit, se développe, est exalté et dignifié : « os de mes os. » En bref, il chemine avec pleine vie vers son Créateur. Mais, lorsque la rencontre avec son semblable est mal vécue, il se perd dans la peur, la convoitise, la jalousie, la trahison (comme le jeune Joseph vendu par ses frères), la méfiance, la fragilité, le conflit comme Ésaü et Jacob. Il ne s’identifie plus, fuit et erre comme Caïn, régresse et perd sa dignité, il côtoie les sentiers de la mort comme Urie le Hittite (2Sam 11, 15) ; bref, il s’éloigne du salut.  La fraternité bien vécue s’impose alors comme sa voie d’accès à la plénitude de vie en Dieu.

Le Christ, en prenant « chair de notre chair » nous l’a bien démontré. Si cela n’était pas nécessaire Dieu aurait-il choisit de se faire semblable à nous pour nous sauver? L’homme de ce temps, peut donc comprendre davantage que le salut du monde tient à bien des mesures à cette fraternité si chère. Pour sa mission de salut, l’Homme-Dieu s’est Lui-même associé des semblables qu’Il a appelé « deux à deux » et envoyé « deux à deux » (Mc 6, 7), chacun avec son semblable.

Dieu veut le salut de l’homme, mais non sans lui-même. La fraternité doit alors retrouver sa place dans ce monde où l’homme écarte plutôt son semblable, dans un vain espoir de s’épanouir seul. Seule cette ouverture à l’altérité est chemin de vie en abondance et garantie d’un vrai épanouissement, au-delà même de nos propres frontières existentielles (Joseph en Égypte).

À Jésus, André a conduit Simon son frère, Philippe a conduit Nathanaël: où conduis-tu ton frère aujourd’hui? Qu’as-tu fait de ton frère –demande le Seigneur à Caïn. Bref, l’homme ne peut se présenter devant Dieu sans son frère; donc, la fraternité est le chemin véritable du salut.

P. Adalbert Fouda Sch. P.

ADALBERT FOUDA

ADALBERT FOUDA

Piariste

Né à Yaoundé. Religieux et prêtre piariste. Exerce actuellement son ministère à Libreville comme enseignant de mathématiques et religion au Collège Calasanz; et vicaire de la Paroisse. L’enfant c’est ma passion!
Oración ante la Cruz. Hasta que nuestros caminos se vayan haciendo uno

Oración ante la Cruz. Hasta que nuestros caminos se vayan haciendo uno

¿Dónde quedaron tus hermosas palabras y tus liberadoras acciones? ¿Dónde están tus fuertes denuncias y tus generosos gestos? ¿Hacia dónde volaron tus banderas y tus sueños, tu sonrisa y tu esfuerzo? ¿Por qué frenaron tu amor incontenible, tu libertad derramada, el Reino que desataste? Ya no es tiempo de camino, de aldeas y de milagros. Detuvieron tus pasos, tu palabra y tu aliento. Ahora es tiempo de silencio, de dolor injusto, de muerte absurda. Es tiempo de abandono, de gritos en la noche, de ventanas cerradas y venganzas liberadas. Es el tiempo de tu amor sacrificado, de tu palabra realizada, de tu entrega sin medida.

Pero tu cruz lleva hoy mi nombre grabado en ella con sangre. Sus maderos son del color de mi carne. Su textura es como las asperezas de mi vida, con sus astillas, sus nudos y sus agujeros. ¡Te crucifican, Jesús, en mi propia carne! Estás clavado en mi pecado, en mi debilidad y en mi fracaso. Y, sin embargo, no soy yo quien te sustenta. Es tu muerte quien me alienta, tu sangre quien me nutre, tu dolor quien me inspira.

Tu amor sacrificado me recuerda para qué vivo, por qué lloro y para quién canto. No murió tu proyecto, tu entrega ni tu Reino. Tú lo grabaste con tu sangre en mi carne. Te vaciaste en mi agitado corazón, demasiado pequeño para recibir tan grande amor.

Tu palabra grita con más fuerza que nunca entre mis miedos y mis canciones: “Felices los que se entregan en la cruz del mundo, porque mi Padre, nuestro Padre, hace florecer el desierto, hace brillar las estrellas en la oscuridad y resucita a quien por mí muere”.

Hoy te descubro tan próximo como mi esfuerzo, tan vivo como mi cuerpo, amado y entregado. Dame la mano, Señor, y guíame por los desiertos de la tentación y del encuentro, ilumíname el camino para llegar al Padre, en quien se encuentra la paz, el amor, la fuerza. Háblame una vez más de desvivirme sin temor, de derramarme sin límites, de morir resucitando. Háblale al Padre para que no permita que me pierda en tanta noche, que no me deje continuar buscando en el vacío aquello que solamente en ti encontré. Habla con El, que funda nuestros horizontes, nuestros corazones y nuestros sueños, hasta que tus caminos y mis caminos se vayan haciendo uno.

P. Carlos Aguerrea Sch. P.

Anzaldo (Bolivia)

CARLOS AGUERREA

CARLOS AGUERREA

Escolapio

Act of wisdom

Act of wisdom

Many times we were feeling frustrated in our present situations. We fell into cases that we didn’t like or expected to face. Living in that situation, we seem to think that everything has become stuck, our minds are surrounded, and we become desperate, helpless, depressed, and even want to give up everything.

Saint Paul determined in 2 Corinthians 4:17-18 that “For this momentary light affliction is producing for us an eternal weight of glory beyond all comparison,18 as we look not to what is seen but to what is unseen; for what is seen is transitory, but what is unseen is eternal.” The trouble that we are seeing, facing is just a brief moment. It will not last forever, but what we unseen does eternal, for God, who sets things to be good for us, in which as human we are finite, then couldn’t see whole things. If we are living in hope and conviction in the Lord, keeping doing the right things, and passing the tests that were sent to us through the circumstances of life, God will never forget us. He will remember us like he remembered Noah. In every moment of difficulties, we had challenges in life, just like the moment Noah sent out a raven without getting any promising signs. Therefore, we are invited to live in hope, continue to send out a dove, and seek the sign of life from God. The reason why is because God will not leave us in trouble for long; at the beginning of Genesis, Chapter VIII described that after one hundred and fifty days, the waters maintained their crest over the earth, God remembered to Noah, then he acted by made a wind sweep over the planet. We will not stay in crisis the whole of our life, for the Living God is with us.

Getting out from our crisis moments, we are also invited to learn from the example of the woman whose afflicted with hemorrhages for twelve years in the Gospel; she took the first move, to come and to touch the Lord before the power of the Lord has come upon her.

When we are stuck, we are like people sitting in a dark room, fighting with the darkness is highly useless, because basically what we have to do is get out of the room, light the candle, open the door to let the light shine through the room, only then will we not be surrounded by darkness. So the deadlocks, difficulties in life that we are facing, too, need to keep ourselves a strong hope like Noah expected the sign of life; like a woman with a hemorrhage who knows how to run to the Lord.

Trần Văn Lực Sch. P.

VAN LUC TRAN

VAN LUC TRAN

Piarist

Br. Tran Van Luc Sch. P. hails from the Archdiocese of Hanoi, Viet Nam. He is a Marketing graduate, joined the Piarist Fathers in 2014. He took Philosophy units at the Adamson University and Certificate for Practical Social Skills Class at HCMC Youth Employment Service and Vocational Training Center. He is the writer of several books, like, “Hanh Phuc & Khon Ngoan; Tien Van Tam-Nha Giao Duc…” Currently, he is taking Master of Arts in Theological Studies (MATS) – Maryhill School of Theology.

Panorama Calasanz
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