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Il coraggio della fragilità

Il coraggio della fragilità

​Nella preghiera stiamo davanti a un padre, davanti all’origine, davanti alla nostra fragile storia.

Le disuguaglianze, i soprusi e le ingiustizie con le quali quotidianamente siamo chiamati a confrontarci, potrebbero indurci a pensare che il male resterà impunito e che il grido del debole non sarà ascoltato. Ma non è così.  La Sacra Scrittura ci assicura che nessun grido rimane inascoltato.

Nell’Esodo, il popolo non sa neanche a chi rivolgere quel grido. Ma quel grido è preghiera. Sì, perché la preghiera è il luogo della nostra nuda fragilità, dove ci ritroviamo senza speranza, impotenti e non possiamo fare altro che mostrarci così, disarmati e stanchi.

Pregare è avvicinarsi a Dio, proprio come Abramo, che cerca, intraprende un viaggio nel mistero. Domanda, insiste, vive l’esperienza di una totalità inafferrabile.

Ora forse possiamo capire meglio cosa voglia dire che Gesù ci insegna a pregare. Ci indica una via per conoscere meglio il volto di Dio.

Preghiera è il luogo in cui riconosciamo quello che ci manca e cerchiamo qualcuno che si prenda cura di noi. Ci manca innanzitutto la tua presenza, Signore, perciò sia santificato il tuo nome, quel nome che è la tua essenza. La preghiera è il grido di chi vive l’ingiustizia e perciò cerca il tuo Regno. È il grido di chi non trova senso nella vita faticosa che porta avanti e perciò ti chiede un po’ di pane per dare senso almeno alla giornata di oggi. Ci manca il perdono, Signore, perché siamo irretiti nella nostra rabbia e nel nostro rancore.

Ecco, la preghiera è questa esperienza di povertà e di piccolezza. Se non abbiamo il coraggio di stare in questa nuda fragilità davanti a Dio non arriveremo mai a pregare veramente.

Gesù sa bene che l’esperienza del padre è difficile. Eppure, c’è qualcosa di buono che può essere salvato. Anzi, neppure l’amico, sembra dire Gesù, arriva a esprimere quella benevolenza che rimane nel profondo del cuore di un padre. Solo il volto del padre rivela più propriamente il cuore di Dio. L’amico può deludere, il padre no. L’amico può chiudere la porta, il padre no. L’amico è libero rispetto all’amico, il padre è vincolato da un legame che non può recidere. Al di là d quella che è stata la nostra esperienza di padre, la buona notizia di Gesù è che ci sarà sempre un padre pronto ad ascoltare il nostro grido.

P. Giorgio Giglioli, Sch.P.

Domenica 24 luglio 2022 | 17a domenica del Tempo Ordinario

Luca 11,1-13: Chiedete e vi sarà dato.

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

“Padre,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

e non abbandonarci alla tentazione”».

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

GIORGIO GIGLIOLI

GIORGIO GIGLIOLI

Novizio

Nato a Genova (Italia) il 20/04/1968. Sacerdote e missionario focolarino in Brasile. Ex alunno Istituto Calasanzio di Genova.

«Talità kum – il coraggio di vivere»

«Talità kum – il coraggio di vivere»

Gesù passa ancora una volta sull’ altra riva e con questa immagine, la stessa di domenica scorsa, ci esorta ad avere il coraggio di vivere. La vita scorre, ma non è detto che la viviamo.

A volte dormiamo perché abbiamo smesso di essere padroni della nostra vita: altri scrivono per noi il copione e trasciniamo la vita senza entusiasmo.

Il sonno è una rappresentazione della morte, è la sospensione della vita. A volte preferiamo dormire per non prenderci le nostre responsabilità, per eludere il compito che la realtà ci affida. È un sonno che sa di rinuncia e di paura.

Il testo del Vangelo di questa domenica ci presenta due persone che non riescono a vivere: due vite che, per motivi diversi, non sono vissute.

L’emorroissa è una donna costretta, dal giudizio degli altri, a non vivere: il sangue, che nel linguaggio biblico è simbolo della vita stessa, la rende paradossalmente impura e per questo non può avere contatti o relazioni. La vita che vorrebbe vivere le sfugge. Questo significa la sua perdita di sangue: una vita che da dodici anni sfugge via.  Non riesce a fermarla. È costretta alla solitudine. Il giudizio degli altri le impedisce di vivere. I medici rappresentano coloro che passano l’esistenza a prescrivere ricette per gli altri, a fare diagnosi che peggiorano la vita della gente.

Questa donna comincia a vivere nel momento in cui strappa la ricetta e decide di toccare Gesù. Decide di fare ciò che gli altri non le permettono. Gesù si lascia toccare e il contatto con l’umanità malata genera vita nuova. Quante volte siamo schiavi delle etichette che gli altri ci hanno messo addosso. A volte ci fanno comodo, perché così almeno abbiamo un’identità, siamo qualcuno, ma ne paghiamo il prezzo. A volte non abbiamo più le energie per scegliere ciò che vogliamo essere.

Marco poi ci presenta anche una ragazzina di dodici anni (ancora il numero dodici) che, nonostante si trovi nel fiore della sua età, ha rinunciato a vivere. È curioso notare come l’evangelista tenga a precisare che la ragazzina camminava. A dodici anni non puoi non camminare, ma lei aveva rinunciato. Come tanti adolescenti che, pur avendo l’età per camminare, preferiscono rinunciare a vivere. Anche in questo caso Gesù entra in contatto con la malattia, le prende la mano. Forse questa ragazzina aveva solo bisogno di un adulto che credesse in lei e la invitasse ad alzarsi e a camminare con le sue gambe.

E poi c’è un padre che, come tanti padri, non capisce e non accetta il sonno della figlia. Ma è un padre che si comporta da adulto: esce e va a cercare un aiuto, traduce il bisogno del figlio, porta in casa ciò che serve per la vita. Questo vuol dire essere padre. È un padre che non pretende e che sa aspettare, nonostante il dramma che sta vivendo.

Forse stiamo continuando a buttare sangue inutilmente, come l’emorroissa, perché continuiamo a cercare vita dove non c’è. Ci fissiamo su situazioni, relazioni, compiti, che invece non fanno altro che toglierci energie. Forse abbiamo deciso di non svegliarci per non camminare con le nostre gambe, come questa dodicenne.

Il Signore ci esorta a lasciarci toccare dalla vita per ricominciare a credere in noi stessi, non è più tempo di vivere la vita a metà, senza energie o addormentati.

P. Giorgio Giglioli

Domenica 27 giugno 2021 | 13a domenica del tempo ordinario

Marco 5,21-43: Parlo con te, ragazza, alzati

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

GIORGIO GILIOLI

GIORGIO GILIOLI

Novizio

Nato a Genova (Italia) il 20/04/1968. Sacerdote e missionario focolarino in Brasile. Ex alunno Istituto Calasanzio di Genova.