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Ancora una volta siamo entrati nella settimana chiamata santa. In essa celebriamo i misteri che danno in maniera compiuta il senso del nostro vivere da uomini e da credenti. Quella che noi chiamiamo la pasqua è riferita non solo al popolo dell’antica alleanza, al Cristo Gesù, alla Chiesa tutta come comunità, ma anche ad ognuno di noi. Il termine pasqua che significa passaggio da un posto ad un altro, da una condizione ad un’altra non è solo una variante spaziale o un succedersi temporale, ma un risultato d’essere. E’ come chi dopo una convalescenza, recuperate le forze dopo giorni penosi di malattia, può dire: mi sento bene. La pasqua se non è nel tuo essere non è stata celebrata compiutamente. Puoi assistere a magnifici riti che assurgono a preparate manifestazioni rievocatrici della passione, morte e resurrezione del Signore Gesù dinanzi alle quali sei un inerme spettatore sia pure coinvolto emotivamente. Va anche detto che la pasqua nella vita credente non è solo una celebrazione annuale o settimanale, ma un evento di sempre. Potremmo aver fatto nella nostra vita una vera pasqua, proprio personale, in una giornata feriale del calendario dei nostri anni e vissuto, sia pure con una autentica partecipazione i riti liturgici della pasqua annuale senza una variante d’essere, anche perché non ce ne era bisogno. Questo per dirci che ogni credente ha personalmente il suo calendario pasquale che non è come quello degli ebrei: il passare dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa, che non è come quello di Gesù: il passare dalla passione e morte alla resurrezione, ma il passare dal peccato alla grazia: da una vita condizionata dal male, di cui si può essere anche artefici o complici, ad una vita che informa di vangelo il proprio vissuto. Mi scusino i lettori questa lunga premessa, ma è per dire che il triduo che iniziamo giovedì santo e terminiamo con la veglia del sabato santo è insieme l’unica grande celebrazione pasquale. Forse i credenti lodevolmente affezionati e puntuali ai riti del venerdì santo o altrettanto affezionati e puntuali alla celebrazione della messa della domenica di pasqua non hanno ancora compreso questa unità celebrativa e non la colgono tutta, privandosi della ricca pregnanza rituale di tutti i segni liturgici qui distribuiti e della loro efficacia vitale per ognuno di noi.

Soffermiamoci al giovedì santo e rileviamo anzitutto la preparazione accurata che essa richiede svolgendosi prevalentemente attorno alla mensa. Una cura particolare da suscitare la domanda che già il più piccolo della famiglia ebrea rivolgeva al capotavola tra i presenti al rituale ebraico della pasqua attorno ad un tavolo particolarmente imbandito: che significa tutto questo? E ciò dava occasione al capotavola di spiegare la pasqua ebraica: eravamo schiavi in Egitto e Dio ci ha liberati. Questo giorno ci ricorda come Gesù aveva desiderato da buon ebreo celebrare la pasqua assieme ai suoi discepoli facendo preparare tutto accuratamente. Egli sapeva che doveva soffrire e morire e ha voluto compiere questo gesto rituale della tradizione dell’Antico Testamento per sostituirlo con il suo Testamento pasquale trasformando il rituale ebraico in un rituale cristiano. Il rito del giovedì santo rievoca il testamento di Gesù, esso non è solo una consegna di parole accorate, ne una consegna di oggetti da ereditare, ma è la consegna di se stesso significato nel pane spezzato e nel vino versato e ciò a memoria della sua totale donazione fino alle fine con la morte in croce. Lui stesso presiede questa liturgia nel cenacolo e ordina ai suoi discepoli di rifarla in sua memoria. Ciò origina quella che è la nostra messa. Il memoriale della morte del Signore, che è dono di salvezza dalla variopinta macchia di peccato di cui ognuno di noi è segnato. Quel pane che Gesù spezza e dona insieme al vino che versa è il suo corpo immolato e il suo sangue versato. Essi sono donati ai discepoli assieme all’invito di farne memoria che li costituisce sacerdoti. Questa è la pasqua di Gesù: il passare da questo mondo al Padre dopo essersi tutto donato e consegnarsi fino alla fine della storia umana nel segno del pane e del vino consacrati. Questa presenza reale di Gesù nel pane e nel vino non si spiega razionalmente, ma con la fiducia nella sua parola. San Tommaso d’Aquino dirà: “non i sensi ma la fede provan questa verità”. Certamente chi prende parte all’eucaristia mangiando il corpo del Signore e bevendo il suo sangue si iscrive nella vita cristiana. L’eucaristia produce l’innesto che ci rende cristiani, cioè di Cristo, prolungando attraverso di noi la sua opera nel mondo, lasciandoci assumere i veri tratti dell’amore evangelico che ci pone al servizio degli altri per la promozione della loro dignità umana e credente. Questo è ben significato dalla lavanda dei piedi commemorata il Giovedì Santo dalla liturgia della Chiesa.

Questo giorno del giovedì santo ricorda l’istituzione della eucaristia, del sacerdozio e del servizio fraterno. E’ il giorno in cui il cristiano prende coscienza che Gesù è con noi fino alla fine dei tempi nel segno del pane conservato accuratamente dalla Chiesa perché in esso vi è la sua reale presenza, anche fuori della celebrazione eucaristica. La liturgia di questo giorno termina riponendo il pane consacrato divenuto corpo del Signore in un luogo particolare perché venga frequentato e conservato per chi a motivo di infermità non può partecipare alla messa, ma necessita gli venga portato il corpo del Signore. E così Gesù è veramente con noi per farci come Lui che non è il morto, anche se l’eucaristia è memoria viva della sua croce, ma il sempre vivo che delinea la vocazione cristiana in chi degnamente lo accoglie nutrendosi di Lui. Così la liturgia del giovedì santo anticipa e sintetizza il messaggio dell’intero triduo pasquale. Cioè Cristo morto e risorto che donandosi a noi fa la nostra pasqua facendoci morire veramente al peccato per rinascere creature veramente nuove. Buona pasqua. Augurandoci tutti con la nostra preghiera e testimonianza di fede che per la pasqua del Signore e nostra tutto il mondo venga liberato dalla epidemia di odio e violenza inauditi che generano guerre addirittura fratricide che non sembrano poter essere opere umane.

P. Ciro Guida Sch. P.

Giovedì 14 aprile 2022 | Giovedì Santo

Gv 13,1-15: Li ha amati fino alla fine

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

CIRO GUIDA

CIRO GUIDA

Scolopio

P. Ciro è nato a Napoli. Religioso scolopio da 46 anni. Svolge il suo ministero come Procuratore Generale e anche lavora nella Congregazione per l’Educazione Cattolica della Santa Sede.